Me lasserà tu mo | I Musici di Santa Pelagia

Me lasserà tu mo

26/01/18
Salone d’Onore di Palazzo Barolo

Singolo 10,00 €

Ridotto 6,00 €

Me lasserà tu mo

Ensemble Les Nations
Cristina Calzolari, voce
Giovanni Biswas, voce
Luigi Lupo, traverse rinascimentali
Gianluca Lastraioli, liuto e chitarrino
Maria Luisa Baldassari, clavicembalo

Bartolomeo Tromboncino (1470-1535)
Gentil donna, se in voi
Frena donna i toi bei lumi
Vergine bella
Animoso mio desire
Audi cielo
Hor che ’l cielo e la terra

Michele Pesenti (ca 1470-?)
Che faralla, che diralla
Uscirallo o resterallo

Ranier
Me lasserà tu mo
Anonimo
La non vol esser più mia

Marchetto Cara (ca 1470-1525)
Per dolor me bagno el viso

Bartolomeo Tromboncino
Amor, quando fioriva
Son io quel ch’era quel dì
Non resta in questa valle
Stavasi amor dormendo

ME LASSERÀ TU MO Giovanni Tasso

Tra le opere del primo Rinascimento giunte fino ai giorni nostri, quelle più famose – ed eseguite – ai giorni nostri rientrano in gran parte nell’ambito sacro, un fatto che ha finito per fare apparire agli occhi di molti questo periodo austero e lontano dalla sensibilità attuale. Si tratta ovviamente di una visione quanto meno superficiale e basata su stereotipi ormai definitivamente superati, perché in realtà il patrimonio musicale fiorito tra il XV e il XVI secolo è molto più variegato e ricco di colori di quanto si possa credere. In questo periodo si svilupparono infatti diversi generi brillanti e vivaci, tra cui quelli della villanella e della frottola, che avrebbero espresso il lato più immediato e spesso scanzonato di un’epoca estremamente complessa sotto i profili storico e sociale e avrebbero lasciato un’eredità che si sarebbe trasmessa ai secoli successivi tramite il madrigale italiano e la chanson francese. La frottola conobbe la sua massima diffusione nei sei decenni a cavallo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, grazie non solo a Bartolomeo Tromboncino e a Marchetto Cara, ma anche all’apporto di compositori oggi più noti come Josquin Desprez e degli editori più importanti dell’epoca, primo tra tutti Ottaviano Petrucci, l’editore veneziano che nel 1501 diede alle stampe la prima pubblicazione musicale della storia, la raccolta Harmonice Musices Odhecaton. Sotto il profilo strutturale, la frottola si allontana dalla complessa struttura polifonica delle opere coeve, per adottare una linea melodica gradevole e un ritmo facile e orecchiabile, due caratteristiche che confermerebbero l’inserimento di queste opere nei lavori teatrali di quegli anni. Sotto l’aspetto esecutivo, la frottola a quattro voci poteva essere affidata a sole voci oppure – più di frequente – a una sola (la più acuta), sostituendo le altre con strumenti di vario genere, tra cui il liuto, che ricopre sempre il ruolo di accompagnatore principe.
Il compositore che si dedicò con maggiore impegno alla frottola fu probabilmente il veronese Bartolomeo Tromboncino, il cui soprannome indica il suo strumento, un destino che condivise con suo padre, Bernardino Piffaro. Le scarse notizie biografiche pervenuteci lo testimoniano a Mantova, dove nel 1499 trucidò sua moglie sorpresa in flagrante adulterio – a differenza di quanto fece in seguito Carlo Gesualdo di Venosa, per qualche ragione l’irato marito decise di risparmiare il suo rivale. Questo fatto spinse Tromboncino a fuggire dalla città, per farvi ritorno dopo aver ottenuto il perdono dei Gonzaga – un fatto che dimostra meglio di qualunque parola la considerazione in cui era tenuta la sua arte. Poco tempo dopo il compositore abbandonò una seconda volta la raffinata corte mantovana («senza permesso e per deprecabili motivi», come si legge in una lettera inviata a un amico da un membro della famiglia Gonzaga), conducendo un’esistenza ai limiti della legalità. Dopo essersi riconciliato una seconda volta con i Gonzaga grazie ai buoni uffici di Isabella d’Este, una delle donne più colte dell’epoca, Tromboncino si stabilì alla corte ferrarese di Lucrezia Borgia, cognata di Isabella. A Ferrara l’inquieto veronese sembrò trovare un certo equilibrio e una maggiore produttività, che oltre che nelle frottole trovò espressione in una serie di apprezzati intermedi. Anche questa volta, però, Tromboncino non seppe resistere al fascino della strada, abbandonando intorno al 1521 la corte estense per andare a trascorrere i suoi ultimi anni a Venezia, tra alti (pochi) e bassi (molti). Nel caso di Tromboncino vale decisamente il detto genio e sregolatezza, come si può notare nella pregevole fattura di molte sue opere, spesso basate sui versi di poeti di alto livello, come la splendida Vergine bella, tratta dall’omonima canzone di Francesco Petrarca.

L’altro grande compositore di frottole, Marchetto Cara, può essere considerato una sorta di alter ego positivo di Tromboncino: nato anch’egli a Verona, probabilmente nello stesso anno, e attivo come lui presso la corte dei Gonzaga, condusse una vita decisamente più tranquilla, che gli permise di raggiungere la tranquillità economica, se non proprio una vera agiatezza. Le sue opere – tra le quali si contano oltre cento frottole – conobbero una notevole diffusione e gli spalancarono tra le altre le porte della corte medicea, uno dei fari della cultura italiana della prima metà del XVI secolo. Nel corso dei suoi viaggi Cara ebbe la ventura di incontrare uno dei maggiori maître-à-penser della sua epoca, Baldassarre Castiglione, antesignano come maestro di stile del Lord Brummel dell’epoca vittoriana e dell’Enzo Miccio dei giorni nostri. Nel primo libro del Cortegiano, Castiglione espresse un giudizio estremamente lusinghiero sul compositore veronese, affermando «Né men commove nel suo cantar il nostro Marchetto Cara, ma con più molle armonia; ché per una via placida e piena di flebile dolcezza intenerisce e penetra le anime imprimendo in esse soavemente una dilettevole passione».
I brani presentati in questo concerto sono tratti dalle Frottole Intabulate per sonar organi, la prima raccolta di opere per strumento a tastiera della storia della musica, data alle stampe nel 1520 da Andrea Antico da Montona. Questa raccolta contiene alcune tra le composizioni più note e amate dell’epoca, tra cui la citata Vergine bella e lo scatenato Che faralla, che diralla, divertente storia di un innamorato fattosi frate. L’interpretazione de Les Nations esalta poi il ruolo dello strumento melodico, che applica i criteri di diminuzione di Silvestro Ganassi, teorico e musicista veneziano contemporaneo di Antico, che nelle sue pubblicazioni descrive metodi di variazione i cui risultati suonano agli orecchi moderni non dissimili dalle libere improvvisazioni dei jazzisti contemporanei.